Giuliano Kremmerz - Opera Omnia
STORIA – La scomparsa del Maestro

STORIA – La scomparsa del Maestro

Per i più, forse per tutti, la notizia del decesso di Ciro Formisano, avvenuto il 7 maggio 1930, giunse come un fulmine a ciel sereno.

Se è vero che il Maestro aveva fatto cenno alla possibilità di questo evento,[1] è altrettanto vero che il modo in cui lo aveva fatto e l’accenno ad alcuni suoi progetti futuri[2] avevano indotto le persone messe sull’avviso a ritenere la morte del Maestro come un fatto non imminente. Ma più di tutto, a rassicurare i suoi discepoli che ancora c’era tempo, era stato il fatto che Kremmerz non aveva ancora dato alcuna disposizione esplicita su cosa fare, dopo il suo decesso, delle due Accademie ancora esistenti.  

Sulle circostanze della sua morte esistono voci discordanti. Quanto ha scritto Anglisani[3] non coincide ad esempio con quanto riferito da Vincenzo Manzi a Pietro Suglia in una lettera del giugno del ’45, in risposta ad una lettera che Suglia gli aveva inviato in maggio.

Caro Pietro… è la voce di una amico che mi giunge nello stesso mese delle rose e mi ha richiamato alla mente ciò che avvenne nel mese di maggio 15 anni orsono.

Un uomo nelle sembianze, un Dio nelle opere, banditore di una scienza inaudita partiva per un lungo viaggio. Semplice nella vita comune, grande nella vita intima, semplice e grande nella dipartita.

Il 5 maggio 1930 mi giunge un telegramma: Vieni subito perché malato.

Il mattino del 7 maggio eravamo soli nella sua stanza, i familiari erano a pranzo, intorno a noi regnava una pace e un silenzio come se fossimo isolati dal mondo. A un certo punto mi disse sorridendo e guardandomi con quegli occhioni pieni di bontà e fascino: Vinciè non ti muovere voglio riposarmi, sorrise e chiuse gli occhi e dormì. Né affanno, né un movimento turbò la sua immobilità. Dopo poco allentò la stretta della mano. Erano le 16 del 7 maggio 1930.

… Accorsero i familiari, vennero parenti ed amici, e con le formalità umane calò il sipario sulla scena di un Grande. Ricordo il cordoglio del popolo del luogo e fra le tante una grande corona a forma di cuore di violette mammole con una semplice scritta: i beneficati del comune di Beausoleil al loro Benefattore.[4]

Giacomo Borracci, che nella sua qualità di avvocato era stato nominato esecutore testamentario del Maestro e in quanto suo discepolo più progredito era stato nominato primo intestatario dei diritti d’autore di tutta la sua opera,

Documento - Giuliano Kremmerz

fu tempestivamente avvertito della morte dai familiari del Kremmerz, dei quali oltretutto era divenuto parente poiché suo fratello aveva sposato Gaetana, una delle figlie del Maestro.  

Immediatamente si mise in viaggio per Beausoleil accompagnato per l’occasione da Vinci Verginelli. Non andavano solo per una doverosa vicinanza alla famiglia ma anche per una precisa ragione iniziatica: non avendo il Maestro dato a voce nessuna disposizione o indicazione su cosa fare della Miriam, erano certissimi che avesse lasciato le sua volontà esposte per iscritto. Andavano quindi nella convinzione che avrebbero trovato un suo testamento spirituale: doveva esserci per forza!

Terminate le esequie cominciò la ricerca dei documenti iniziatici. Sullo scrittoio del suo studio furono rinvenuti il testo pronto per la pubblicazione degli ultimi due dialoghi[5] e l’ultimo cordone consacrato dal Maestro assieme alla relativa pagella.[6]

Non avendo trovato nello studio nient’altro di significativo, tutta la casa fu passata al setaccio con grande attenzione.[7] L’espressione testuale che usò Verginelli raccontandoci le circostanze e gli esiti di questa ricerca di cui era stato protagonista in prima persona, fu: “non fu trovato un foglio. Nulla!”

Tutto il materiale osirideo in suo possesso era stato evidentemente distrutto o consegnato per tempo nelle mani giuste, segno inequivocabile che Kremmerz ben sapeva ciò a cui andava incontro. In quel momento a Verginelli tornarono in mente le pesanti valige che involontariamente aveva visto  portare via dalla casa del Maestro solo pochi mesi prima, in febbraio, in occasione della sua ultima visita.

Per ciò che riguarda la successione l’articolo 48 delle Pragmatica cita:

In caso di morte, dal circolo dei maestri sarà eletta una terna su cui cadrà la scelta del Collegio Operante, secondo speciale regola che il circolo dei maestri conoscerà a suo tempo”.

Kremmerz non trasmise mai la regola da seguire per l’elezione della terna su cui secondo la Pragmatica sarebbe dovuta cadere la scelta di un membro da parte del Collegio Operante del Grande Oriente Egiziano; si può dunque facilmente comprendere lo sconcerto che in un primo momento colse i discepoli del Maestro. D’altro canto, poiché era dal 1 gennaio 1913 che la Pragmatica non veniva più formalmente applicata e che la Fratellanza di Miriam non aveva più un Delegato Generale, una tale circostanza non li preoccupò eccessivamente, convinti com’erano che comunque di lì a breve qualche emissario del Grande Oriente Egiziano li avrebbe contattati trasmettendo loro le disposizioni di quel supremo consesso.

Sarà bene a questo punto aprire una piccola parentesi nella narrazione dei fatti accaduti per evidenziare che quanto più volte è stato asserito da taluni: “il Kremmerz non ha mai nominato un suo successore”, non è una falsità storica, poiché di fatto è stato così, ma è un grossolano errore concettuale poiché, come risulta da una attenta lettura della Pragmatica, la Delega che Kremmerz aveva ricevuto non prevedeva il fatto di poter nominare motu proprio il suo successore[8].

Nell’ all’articolo 48 della Pragmatica non c’è scritto: nominerà il suo successore e qualora non lo facesse, dal circolo dei maestri sarà eletta una terna …; c’è scritto solo che dopo la sua morte sarà il Collegio Operante a scegliere.

Questo è un punto fondamentale su cui occorre essere molto chiari: Kremmerz fu sempre e solo un Delegato, ovvero l’espressione di un Consesso superiore che lo incaricò di espletare una missione di “semina”, e le scelte e le decisioni che dovevano essere prese nell’espletare questo compito non furono prese autonomamente dal Kremmerz ma vennero sempre e solo dall’Alto. In caso di morte, la Delega non prevedeva affatto che egli potesse per tempo nominare un suo successore: i poteri sarebbero tornati ipso facto nelle mani del consesso delegante e solo ad esso sarebbe spettata la scelta fra una terna di papabili.[9]

Tornando alla storia, superato lo sconcerto iniziale, i membri del Consiglio Magistrale decisero che la cosa migliore da fare fosse lasciar passare qualche tempo per dar modo ad un incaricato del G.O.E. di prendere contatti con loro, dal momento che morto Kremmerz a loro non era più dato di mettersi in contatto diretto con il Grande Oriente Egiziano.[10]

Purtroppo attesero invano e quando fu chiaro che ciò non sarebbe accaduto a breve, si resero conto che nell’attesa toccava a loro decidere cosa fare, cioè se chiudere tutto o proseguire.

I presidi delle due Accademie ritennero che la cosa più sensata da fare, al di là delle loro evidenti responsabilità personali, fosse quella di indire una riunione del Collegio Magistrale estesa a tutti i Fratelli osiridei per sentire dalla viva voce di ognuno se nel corso di qualche colloquio col Maestro avessero ricevuto precise disposizioni o anche solo semplici indicazioni sul da farsi.

Fu dunque organizzata una riunione alla quale furono invitati tutti i discepoli osiridei e a cui tutti parteciparono.[11] Secondo quanto ci è stato riferito il tono con cui la riunione si svolse fu assolutamente cordiale, e in quell’occasione ognuno fu invitato a manifestare le proprie credenziali iniziatiche poiché, se qualcuno aveva ricevuto oralmente un mandato particolare o particolari disposizioni, quello era il momento di renderlo noto a tutti gli altri Fratelli.  

Ognuno parlò esplicitando fraternamente la propria posizione iniziatica e il risultato fu che, con grande umiltà e sincerità, pur fra conseguimenti differenti, ciascuno ammise di non aver raggiunto il grado di Maestro Iniziatore, per quanto concerneva l’Ordine, e di non aver ricevuto alcun mandato particolare né alcuna indicazione specifica per quanto concerneva la Miriam.[12] 

Di fronte a questo stato di cose, una realtà fu subito chiara ed evidente a tutti e su di essa tutti furono pienamente concordi: relativamente all’aspetto osirideo del percorso iniziatico, poiché i rapporti con il G.O.E. risultavano al momento interrotti e poiché nessuno di loro aveva ancora raggiunto il grado di Maestro Iniziatore, risultava assolutamente impossibile l’ammissione di nuovi membri a quella parte del cammino iniziatico, per quanto qualificati essi fossero.

La via osiridea doveva dunque considerarsi “sospesa” o per meglio dire non praticabile fino a quando non fossero stati ripristinati i contatti con l’Ordine o uno di loro non avesse conseguito il grado di Maestro Iniziatore.[13]

Ognuno continuò quindi nel massimo riserbo le proprie pratiche osiridee secondo le indicazioni personali ricevute direttamente dal Kremmerz, guidato eventualmente in esse da un Fratello più anziano laddove questo era stato specificamente predisposto dal Kremmerz con indicazione della persona, dei tempi e dei modi.

Restava però il problema della Miriam o meglio delle due Accademie ancora operanti, poiché tutti i presenti erano ben consapevoli dei limiti che la mancanza di un legame diretto con il G.O.E. avrebbe comportato anche per il normale cammino isiaco. Poiché Kremmerz non aveva dato  alcuna indicazione esplicita, né in un senso né nell’altro, appariva chiaro che l’intento del Maestro fosse stato quello di lasciare interamente a loro la scelta e la responsabilità di continuare o meno a lavorare alla sua missione.

Di fronte all’onere che per loro avrebbe rappresentato l’andare avanti senza il sostegno del Maestro, il primo pensiero fu quello di sospendere anche l’ammissione dei nuovi aspiranti alla Miriam, ma su questo i due presidi introdussero un elemento di riflessione di cui gli altri ancora non erano a conoscenza: se da un lato Kremmerz non aveva lasciato la regola con cui far ricadere la scelta del Capitolo Operante sulla terna nominata dal collegio magistrale – perfettamente inutile quindi il nominarla – aveva tuttavia qualche tempo prima di morire provveduto a rimettere nelle loro mani, e solo nelle loro,[14] la formula tradizionale per la consacrazione dei cordoni, assai gravida di responsabilità poiché implica l’arte di legare l’uomo alla divinità attraverso un rito ben preciso.  

La situazione appariva quindi paradossale: Kremmerz non aveva lasciato alcuna indicazione sul da farsi, ma aveva consegnato personalmente a Borracci e a Bonabitacola la formula per la consacrazione dei cordoni, e con ciò li aveva messi in grado, al momento della sua scomparsa, di dare una continuità, anche se non piena assai ampia, al cammino isiaco.

I due presidi dunque, interpretarono il gesto di Kremmerz come un messaggio implicito diretto ai suoi discepoli migliori affinché a tempo debito si facessero carico di continuare a “lavorare indefessamente alla diffusione della Grande Opera”. Nonostante le evidenti limitazioni cui le circostanze li costringevano, in totale autonomia sia pur col pieno sostegno morale e materiale dei loro Fratelli osiridei, decisero dunque che avrebbero continuato a mantenere in vita le rispettive Accademie, curando la parte isiaca del cammino e diffondendola attraverso nuove ammissioni. In breve, decisero di fare il meglio possibile e fino a quando ciò fosse stato possibile, cioè fino a che le circostanze avessero consentito di farlo nei modi purissimi che Kremmerz aveva insegnato loro.

Decisero dunque concordemente di andare avanti, cercando di fare “il meglio relativo”, come Suglia amava dire citando il Maestro.

Per questo accettarono facendosene carico in prima persona; di questo oggi noi siamo ben consapevoli, sappiamo di essere grandemente in debito con loro e desideriamo ringraziarli per questo e rendergli onore.

Così fu concordato con l’assenso di tutti che i due presidi avrebbero portato avanti nei modi previsti quanto atteneva all’iniziazione isiaca, sino a che le circostanze lo avessero consentito. Per quanto invece riguardava l’aspetto osirideo, si separarono con la promessa reciproca che il primo che fosse riuscito a ristabilire i contatti con l’Ordine o fosse divenuto Maestro Iniziatore ne avrebbe data immediata notizia agli altri, per il ristabilimento della piena gerarchia ed operatività.

Così fu deciso e con questa promessa reciproca sciolsero la riunione e si separarono.

Nonostante le limitazioni imposte dal fascismo, sia a Roma che a Bari le attività delle due accademie proseguirono realizzando tra l’altro nuove iscrizioni. A far data dalla morte di Kremmerz a nessuno dei due presidi venne mai in mente di scimmiottare il Maestro dando ai nuovi iscritti pseudo-genialità complementari[15], ma limitandosi alla consacrazione e alla consegna dei cordoni. Erano sì in grado di redigere brevi profili astrologici in virtù del cospicuo materiale loro lasciato ma non di assegnare geni personali o di consacrare anelli agli anziani, e men che mai di fare anelli d’oro per i terapeuti, cosa questa che avveniva solo al momento della prima iscrizione al G.O.E., in qualità di dipendenti, da non confondere mai con l’iniziazione rituale alla pratiche solari che poteva anche non seguire mai nel corso dell’intera vita.

Ovviamente queste nuove iscrizioni non hanno mai avuto bisogno, per essere regolari, di venire registrate o vidimate da alcuna Segreteria Generale della Scuola, anche perché tale Segreteria non esisteva più dal 1913, essendo stata sostituita dalle rispettive segreterie delle due Accademie, che operavano in modo del tutto autonomo.[16]

Il 19 luglio 1943 Giacomo Borracci morì. Già da tempo aveva provveduto a bruciare nel caminetto del suo studio tutti i documenti riservati in suo possesso, compresa la sua copia della formula per consacrare i cordoni. Trasmise solo a Verginelli, in occasione del loro ultimo incontro, degli importanti registri dell’accademia Pitagora che voleva fossero custoditi e trasmessi.

Con la morte di Borracci l’accademia Pitagora cessò formalmente ogni attività poiché egli non ritenne – e solo lui poteva farlo visto che a lui Kremmerz l’aveva lasciata – di darle una continuità chiamando qualcuno degli osiridei ancora in vita a succedergli come preside.

Disse invece a tutti i Fratelli ancora rimasti a Bari nonostante la guerra, di confluire dopo la fine del conflitto nel Circolo Virgiliano di Roma e di farsi seguire da Giovanni Bonabitacola. E la maggior parte dei suoi discepoli così fece, a cominciare dai suoi familiari, così come attestano i registri del Circolo Virgiliano e come sempre ci hanno ripetuto Donna Sofia Borracci, sua figlia, e la dott.ssa Prudenzina Giannelli, vera pietra miliare della Miriam barese, per il suo valore fatta entrare nella Miriam da Kremmerz in persona a 16 anni, nonostante non fosse ancora maggiorenne.

Dal 1943, messa in sonno l’Accademia Pitagora in attesa che un Maestro – e solo un Maestro – la venga a risvegliare se lo riterrà giusto e necessario, il Circolo Virgiliano è rimasto l’unico nucleo miriamico operante con la rituaria integrale che Kremmerz lasciò ai presidi e per i presidi.

Nel 1945 anche Bonabitacola passò a miglior vita a causa di un intervento chirurgico. “Fortunatamente”, memore di quanto Kremmerz aveva previsto o predeterminato[17], Bonabitacola già da tempo aveva chiesto a Pietro Suglia di prepararsi a succedergli alla guida del Circolo.

Inutilmente Suglia, che allora era impiegato come geometra presso gli uffici di Napoli delle Ferrovie dello Stato, fece presente che gli sarebbe stato pressoché impossibile riuscire ad ottenere un trasferimento da Napoli a Roma. Per nulla preoccupato, molto semplicemente, Bonabitacola gli rispose: “Non ti preoccupare Pietro, tu chiedi il trasferimento e se deve essere, sarà”.

Naturalmente lo ottenne e lo ottenne subito.

Così si trasferì a Roma e non appena Bonabitacola morì, Suglia divenne il nuovo preside del Circolo Virgiliano di Roma, pienamente investito dei suoi poteri.

È risaputo che per poter svolgere integralmente questo incarico, e per altre valenti ragioni, Suglia ricevette da Bonabitacola un plico contenete l’intera rituaria miriamica e materiale osirideo “gravido di onerose responsabilità”.

Ma colui che Kremmerz aveva allevato iniziaticamente fin da giovane, che stimava e cui era fortemente affezionato, tanto da chiamarlo affettuosamente “Pietruccio mio”, come già abbiamo detto, era perfettamente in grado di farsi carico di queste responsabilità e di fronteggiare le deviazioni che da lì a poco avrebbero avuto origine dall’operato di Domenico Lombardi, come vedremo nel prossimo capitolo.