Giuliano Kremmerz - Opera Omnia
Kremmerz – Doc – Lettera 26/02/1929

Kremmerz – Doc – Lettera 26/02/1929

GIULIANO KREMMERZ – OPERA OMNIA

Kremmerz - Giuliano Kremmerz

“Lettera di Giuliano Kremmera ad Ercole Quadrelli”

– 26/02/1929 –

Egregio Amico Prof. Quadrelli

Ho ricevuto la vostra gentile lettera del 22 corrente. Dell’Ignis vi ho già accusato ricezione. Rispondo alla parte che esprime la vostra opinione.

I°  – La pubblicazione di questi dialoghi, che voi mi lasciate supporre di aver già letti, ha lo scopo di esporre le idee fon­damentali dell’ermetismo in maniera chiara e concisa. Anche scrivendo chiaramente, comprendo quali strani commenti, immaginosi e fantastici e strampalati possono generare le mie parole, perché il semplice, anzi il semplicissimo, è proprio quello che il lettore non adatta alla sua compren­sione. L’Avviamento alla scienza dei magi, che fu compiuto con diversa finalità, in tempo di questo assai più imbrogliato, contiene una esposi­zione cabalistica, che si presta (e si deve prestare) a commenti dif­ficili; questo libro qui dei dialoghi, invece, è troppo aperto alla intelligenza comune, e la sua semplicità lo renderà difficile solo a quelli che per proprio conto vogliano vedervi nel fondo cose non dette. Io non ho il mezzo di impedire che questo avvenga. Non pertanto, trovan­do giusta la vostra osservazione, nella breve introduzione richiamerò il lettore a non confondere le sue investigazioni con le semplici cose che espongo io.

II°   – Ho pregato i miei amici di non mettere in vendita il libro, e di non commerciarlo. Chi lo desidera lo domandi e lo avrà; chi vuol concorrere alle spese, regali quello che creda. Come speculazione libra­ria sarebbe un’impresa sbagliata.

III° – La vostra idea del circolo o dei circoli, o delle accademie come organizzate avanti, ha dato risultati molto relativi che è inutile analizzare. Alla maniera antichissima dei filosofi greci, ci vorrebbe il caposcuola a Roma, circondato da amici e in luogo comodo; o, peripateticamente, conversare delle nostre cose, senza pose magistrali e senza gesti autoritari; discorrere, ridere, sorridere, magari mangiando delle tagliatelle da Sora Felicetta. Ognuno dei discepoli intelligenti, dopo un periodo di pratica, partire in missione apostolica per qualche altro centro e fare lo stesso. Così si servirebbe Ermete in letizia. Per far questo, il caposcuola oggi dovrebbe avere quarant’anni di meno, e nessuna necessità pecuniaria perché anche egli fosse ricco, non dovrete accudire alle sue ricchezze. Perciò i filosofi furono poveri per desti­no della cosa da fare; si contentavano del pane e formaggiere di una botte vuota per ostello. Non so se mi spiego? La vostra idea è mia in un senso assai più radicale.

Conchiusione – Facciamo il meglio relativo; quando Mamo Rosa Amru ritornerà, tutto sarà possibile, perché sulle ceneri e i lapilli di Pompei sboccerà il germoglio di una nuova flora.

Mi scuserete se vi prego di modificare la vostra opinione su persone amiche, perché non potete essere al corrente della sto­ria personale e psichica di alcune di esse; e riferitevi sempre perciò alla bontà della provvidenza, che rimette a contatto i morti nella sopravvivenza.

Vi saluto cordialmente

Vostro amico

                                                                                                           Formisano

P.S.

Ero sul punto di spedire la lettera quando mi è arrivata un’altra vostra in cui mi racconta la scena della conferenza. Vedete che non ho torto se sono restio a mettermi tra persone che si combattano, come l’Ermetismo dovesse considerarsi allo stesso livello di un’opinione partigiana di persone interessate per un verso o per l’altro. Prima dell’attuale regime, si tenevano delle conferenze politiche in contraddittorio; in maniera che il pubblico assisteva a polemiche su teorie, che spesso si conchiudevano a pugni e a colpi di seggiole. Come rappresentare innanzi al pubblico che ascolta una conferenza, la nobiltà di una filosofia e di una pratica della vita umana, raggiungere la perfezione, se si da un miserevole spettacolo di inimicizie, di stizza, di acredine, tra i sacerdoti della stessa filosofia? Se le cose presentate in tal modo diffamano le persone e la dottrina di cui si fa propaganda, a chi dare la colpa della poca considerazione in cui sono presi gli scrittori i scienze occulte?

Bisognerebbe capire che, scrivendo stampando o parlando di ermetismo, non si fa che richiamare l’attenzione del lettore sul metodo, sulla forma, sulla possibilità di considerare il mondo in maniera differente della folla ordinaria. Ma l’ermetismo, come suo valore, non si presenta in atto se non nelle opere ed azioni individuali. Quelli che vogliono parlarne spiegare al pubblico, con criteri assoluti, l’ermetismo, come se fosse un trattato di aritmetica o di patologia, danno la prima prova che non capiscono gran cosa della scienza, o pretesa scienza che sia, e di cui assumono il sacerdozio. Dare, pubblicamente o in privato, esempio di intolleranza, di bizze, di dissidii, è la negazione del principio di amore. Con l’attuale diffusa cultura generale, questo benedetto ermetismo ha bisogno di essere presentato con belle parole, con erudizione, con un certo tono di autorità scientifica, ma, in realtà, con poche parole ed educando con la pratica e l’esempio, dovrebbe essere insegnato. Vorrei vedere la faccia di Pitagora, se redivivo assistesse a queste diatribe, o leggesse articoli che fanno supporre nel loro autore uno dei grandi maestri illuminati. Insegnare è donare, ma per donare bisogna possedere.

Dunque, per conchiude, bisognerebbe non dare lo spettacolo di odii, di bizze, di malanimo tra studiosi e studiosi; ed in realtà, in sostanza, in fatto, sentire veramente amicizia per tutti coloro che, in una maniera o in un’altra danno le loro forze intellettive, con larghezza, alla propaganda di questi nostri studii. In altri termini, sentire per tutti l’amore (scritto con l’A maiuscolo). Initium sapientiae, non timor Domi, sed hominum.

Questo latinorum è di un celebre buontempone a cui piacevano tutti i vizii della creazione, e predicava l’indulgenza.

Vi saluto di nuovo e mi ripeto.      

 Vostro        Formisano

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